Mutilazioni genitali femminili: tra aberrazioni e nuove conquiste

Mutilazioni genitali femminili: tra aberrazioni e nuove conquiste

In tutto il mondo, ogni giorno, le donne combattono battaglie piccole e grandi per ottenere un banale ma spesso irraggiungibile diritto: la parità. Parti del mondo diverse con culture differenti, pongono alle donne limiti e forme diverse di diseguaglianza, ma la lotta è universale. Se qui in Occidente si ha il privilegio di combattere “semplicemente” contro il gender gap riscontrabile negli stipendi di uomo e donna e contro l’oggettivazione del corpo femminile, in altre parti del mondo le lotte sono ancor più dure ed essenziali.

Il nostro viaggio di oggi ci porta ancora una volta in Africa, terra in cui vincere una battaglia per i diritti delle donne, vuol dire salvare la vita a milioni di loro o, molto spesso, riportarle alla vita.

Fin dove ci si può spingere per annullare una persona nella sua dignità, per sottrarle la libertà? In Africa ne abbiamo una piccola idea quando riflettiamo sul fenomeno, enormemente diffuso, delle mutilazioni genitali femminili. Nel mondo, duecento milioni di donne, 9 su 10 incirca in Sudan, spesso bambine ed adolescenti, ogni giorno subiscono delle brutali e anti-igieniche mutilazioni, che consistono nella parziale o totale rimozione della parte esterna dei loro genitali. La pratica viene svolta senza anestesia e con “mezzi di fortuna”. Le conseguenze sono devastanti sia sul piano psicologico che fisico.

Per cominciare, questa mutilazione provoca problematiche quali cisti, forte dolore durante i rapporti sessuali, infezioni di ogni tipo e gravi conseguenze durante la gravidanza, fino a portare, nei casi più estremi, alla morte. Se ci spostiamo sul piano psicologico, poi, non è difficile immaginare l’enorme impatto che un trauma di tale portata può avere sulla psiche di queste bambine e adolescenti.

Come può sentirsi un essere umano privato della sua più intima e personale essenza? Una sensazione del genere, per fortuna, è ai più sconosciuta e inimmaginabile, ma proviamo a pensare a quel fastidio che avvertiamo quando una situazione ci fa sentire come se qualcuno o qualcosa ci avesse invaso profondamente, oltrepassando i nostri confini più personali, con una parola, uno sguardo di troppo, un gesto o un’imposizione. Come un ladro che ci entra in casa, la nostra casa, e
strappa via tutto ciò che di più intimo e personale ci appartiene, non lasciando altro che stanze spoglie e semidistrutte…la nostra casa. Quel confine brutalmente oltrepassato è nulla in confronto a ciò che possono provare delle donne a cui viene deturpato il proprio corpo e a cui viene
strappata l’essenza della femminilità. Non è un dolore solo fisico, significa strappare barbaramente il diritto ad una persona di scegliere per sé stessa, di autodefinirsi ed auto-affermarsi.

E perché, viene da chiedersi? Vengono addotte le più svariate ragioni di carattere prevalentemente religioso e culturale. La mutilazione è considerata un sinonimo di tradizione, pulizia e purezza, tanto da essere un requisito essenziale per trovare marito. Chi mai vorrebbe una donna impura?! Ma parlare di impurità è una semplice e, perfettamente collaudata, arma di cui il sistema si serve per controllare la donna, soggiogarla e tenerla sempre un passo indietro, con lo sguardo abbassato e la bocca cucita. La prova di ciò la ritroviamo nel fatto che la pratica viene eseguita maggiormente in quei paesi dove le donne non rivestono alcun ruolo di potere.

C’è, però, un lieto fino a questa storia, o meglio, un lieto inizio in questa lunga lotta: in Sudan, da qualche giorno, la mutilazione genitale femminile è divenuta reato. Il divieto è stato introdotto in un emendamento al codice penale dal governo provvisorio del paese, in carica dopo la destituzione del vecchio dittatore. La nuova legge prevede il carcere per tre anni e una multa per chiunque pratichi la mutilazione. Com’è che si dice? “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Certamente è l’inizio di un lungo viaggio, un viaggio verso l’uguaglianza, la parità di diritti e dignità, il potere di scegliere e di riprendersi la propria vita, a partire dal proprio corpo. Tale conquista non implica “solo” la salvezza di milioni di donne, ma è il simbolo di una
nuova prospettiva sul ruolo della donna, è il primo passo di quel lungo viaggio che si concluderà solo quando la donna non verrà più considerata come un essere nato dalla “costola di Adamo”, ma come un individuo che gli cammina a fianco, insieme.

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