L’africa ai tempi del Coronavirus

L’africa ai tempi del Coronavirus

Da qualche mese, in maniera del tutto inaspettata, una minaccia globale ha bussato alla porta di tutti: ricchi, poveri, bianchi e neri, deboli e forti. Ha ignorato i confini territoriali, ha fatto inginocchiare un intero sistema mondiale e ci ha costretti a fermarci, tutti. Si è addentrata nella nostra vita e l’ha sconvolta. Il covid-19 è stato già definito la prima grande crisi del terzo millennio e ognuno di noi è coinvolto e sta cercando di fronteggiarlo al meglio. Nella tragedia, però, ci sono Paesi come il nostro che hanno la fortuna di essere dotati di maggior strumenti per parare i colpi che questo virus ci sta infliggendo, e poi ci sono altre realtà, molto diverse dalla nostra, che questi colpi li devono incassare in maniera ancor più violenta e con pochi strumenti per giocarsela alla pari. In questo articolo raccontiamo l’Africa ai tempi del Coronavirus.

L’ Africa, si sa, è una di queste realtà e al momento è impegnata in una partita ad armi impari contro questa pandemia. Attualmente ci sono circa 20 mila casi di positività al coronavirus, che interessano ben 52 Stati su 54. Si parla già di una possibile ecatombe se non si interviene subito. Laggiù, lontani dal mondo occidentale, si stanno combattendo più battaglie a cui oggi se ne aggiunge una ulteriore. La carenza d’acqua e di cibo, malattie altamente pericolose come la malaria e un sistema sanitario estremamente debilitato, non rappresentano certamente dei buoni presupposti per fronteggiare questa nuova emergenza. Noi abbiamo una casa di mattoni a proteggerci dal soffio del lupo cattivo, loro una semplice casetta di paglia. Organizzazioni mondiali come l’Oms sono ben consapevoli di ciò e stanno cercando attualmente di intervenire, mandando aiuti al continente africano. Attualmente si stanno occupando di distribuire il materiale necessario, come tamponi, apparecchiature di protezione e mediche. L’ostacolo, però, è il gap del sistema sanitario, i cui medici non sono scolarizzati allo stesso modo dei nostri e si trovano ad essere impreparati a gestire la situazione, non sapendo come utilizzare i tamponi. Si cerca di intervenire con una formazione tempestiva dei medici da parte di organizzazioni come la Croce Rossa, ma al momento la situazione è in bilico.

C’è da riflettere anche sul fatto che il sistema è organizzato
in maniera completamente diversa dal nostro e i nuclei familiari sono spesso
composti da più di 10 persone. Tale considerazione ci fa capire quale potrà
diventare la portata del problema, che al momento è solo all’inizio. In
famiglie di decine di persone, con carenza di risorse primarie e con condizioni
igieniche assai precarie, il rischio di contagio sale in maniera vertiginosa e
difficilmente contenibile. Se poi pensiamo di prevenire il virus attraverso il
distanziamento sociale, comprendiamo subito che in campi di sfollati questa
misura diviene difficilmente attuabile.

Le misure attualmente messe in atto in Africa prevedono
la chiusura di scuole, chiese e moschee e in molti Stati vi è un coprifuoco che
scatta alle ore 20 ogni sera. Molti hanno chiuso le frontiere, cercando di
contenere la diffusione del contagio.

Consci della gravità di questo fenomeno, ma desiderosi di approfondire, noi di Atlas abbiamo deciso di farci descrivere la situazione da Musisi, un rappresentante della nostra associazione il quale si trova in Uganda. Qui il governo adopera provvedimenti base come distanziamento sociale, il divieto di uscire dalle case e consigli come lavarsi frequentemente le mani, ma il supporto reale che può dare ai cittadini è molto limitato. C’è una grande discrepanza, ad esempio, tra le città e i villaggi, i quali spesso sono tagliati fuori senza possibilità di accedere alle cure mediche poiché non possono raggiungere gli ospedali situati nelle grandi città. Un cittadino, anche quando riesce a raggiungere i centri di cura, deve spendere all’incirca 60 $ per sottoporsi al tampone e non tutti hanno la possibilità di ottenere tale cifra.

A complicare ulteriormente la situazione, vi è la
difficoltà ad accedere alle risorse primarie come cibo e acqua. Il lockdown, ci
racconta Musisi, ha avuto come conseguenza principale il fatto che molte
persone, non potendo più coltivare, non possono produrre il cibo necessario per
il sostentamento di tutti. Molte famiglie, dunque, si ritrovano senza soldi, né
cibo. Come accennato in precedenza, se una famiglia non può procurarsi cibo,
ciò vuol dire lasciare affamati e assetati almeno sette/otto bambini. Nei
villaggi, inoltre, non vi è acqua pulita, né per bere né per lavarsi le mani:
dunque, una protezione in meno contro il virus.

Gli altri mezzi di protezione, come mascherine, sono
un’utopia per molti poiché, oltre a trovarsi soltanto nelle città, sono spesso
inaccessibili in termini di costi. Il tutto è reso tragico da un personale
medico che scarseggia e non è in grado di gestire un tale numero di malati.

Le misure prese dal governo sono costantemente ostacolate e spesso rese vane, da ufficiali corrotti. Nonostante la promessa di rifornire di cibo sufficiente almeno le persone nelle città, la corruzione delle autorità esita in una scarsità di aiuti anche in questo caso, e il cibo che arriva non è abbastanza per sostenere le famiglie. I prezzi dei beni primari, sono addirittura aumentati in questo contesto. Questa è l’Africa ai tempi del Coronavirus

Una pandemia di tale portata, ha sicuramente come conseguenza morti e migliaia di malati ma, come ulteriore “danno collaterale”, genera anche grande caos. Tale caos ci appare subito evidente grazie alle parole di Musisi che ci spiega come, approfittando di questa situazione agitata, gli agenti della sicurezza locale abbiano iniziato a vessare i cittadini, picchiando gli uomini e arrivando a stuprare le donne. Entrano nelle case e usano il proprio potere per soverchiare le persone, violando i loro diritti umani fondamentali e lasciandoli a combattere, soli e contro molteplici nemici: la fame, le violenze, e il rischio del contagio. Soli, contro un lupo cattivo e una piccola casa di paglia come scudo.

Se vuoi aiutare Musisi e i bambini in Uganda dona qui ciò che puoi.

Nessun commento

Aggiungi il tuo commento

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial